AnimalsHave you forgotten what we were like then
when we were still first rate
and the day came fat with an apple in its mouthit's no use worrying about Time
but we did have a few tricks up our sleeves
and turned some sharp cornersthe whole pasture looked like our meal
we didn't need speedometers
we could manage cocktails out of ice and wateri wouldn't want to be faster
or greener than now if you were with me O you
were the best of all my daysFrank O'Hara (1926-1966)
“Si erano già detti tutto, ma vollero ricominciare da capo.”
Ian McEwan
Chiudo gli occhi, li riapro. La finestra vince ancora. Occhi sono chiusi, occhi sono aperti.
Il TAM TAM è ritmico, spietato, ambasciatore: ricordo, perché lontano, vicino; porta pena, e questo basta, e questo è quanto.
E’ finalmente (già) mattina. La doccia e le ore inquiete, cosi recenti, cosi diverse. Lei non lava niente all’infuori di sudore e sonnolenza. Al netto della rivoluzione, dell’odore del bagnoschiuma - scadente, non scaduto – rimane ciò che non vuole andare via. Illuso!
Cuore e nervi sono un buon filtro, la chiamano esperienza: Henry James la paragona a una ragnatela immensa, in grado di catturare non solo quanto è necessario, ma anche la polvere presente nell’aria. Allo specchio, passo la mano per disegnare il mio viso al di là dello strato di condensa.
Pensavo fosse più facile, ma mi vedo bagnato e pesante, mi domando cosa c’è per pranzo. Che cosa la ragnatela ha catturato.
Dubbi? Filigrana dell’incapacità. Non essere duro con te stesso. Memorie sfuocate? Profumi. Un mucchio di canzoni, qualche macchia sul giubbotto. Timbri sui dorsi delle mani, delle mie, delle tue. Bagnoschiuma scadente, non scaduto. Prurito in gola, pretenzioso, insolente. Impressioni: influenzate dai sogni, dalle speranze. Supposizioni e sillogismi, povertà.
Mi fanno male: occhi, orecchie, braccia, gambe, testa, schiena. Cuore e nervi ardono di malinconia. Sono cosi agitato, nonostante tutta la mia stanchezza. Cosi frenetico e silenzioso, brucio, divorato dalla lentezza di tempo e spazio. Il livore dell’assenza e il niente, eredità dello sbaglio.
Impotente, piccolo, pietoso, testa di cazzo.
TAM TAM, bello, buono, bello e buono. Tutto quello che non abbiamo lo prendiamo in prestito. Tutto quello che abbiamo è preso in prestito.
Non vince più la finestra, quando torno a letto, chiudo gli occhi. La faccia è sotto il sole.
Non ci sarò più, quando finirò di chiedermi, se sei stata solo polvere.
Non ho una famiglia simpatica, ma in fin dei conti mia cugina fa un buon tè, e non è colpa loro se sono arrivato fino a questo punto.
Mi chiamo JB. Non è il mio vero nome.
Faccio il cantante, rock, pop e altro ancora. Possiedo una bicicletta dorata in garage e una penna rossa nella tasca della giacca. Nella tasca destra della giacca. Ho anche questo blog nero, che viene letto da compagni e compagne, sconosciuti e signorotti. Il mio blog piace, perché io sono un bel personaggio, credibile e scanzonato. Mio padre è anche meglio ed è per questo che io e lui andiamo d’accordo. Mi racconta delle storie e io gli dico: “Stronzata!”, lui incrocia le braccia sul torace e dice: “Lo giuro su tua madre”, poi prende il bicchiere di vino e lo svuota sulla tovaglia.
Io rido, lui ride, ed è cosi che le nostre serate trascorrono.
JB non è il mio vero nome. L’ho scelto perché mi serviva un nome musicale e breve, come un’arpeggio di John Mayall. Lo ascoltavo da piccolo ed è ancora il mio idolo. JB è un bel nome, sensuale e accondiscendente (due caratteristiche che nel mio immaginario vanno sempre a bracetto). L’appellativo è rassicurante, e concede una patina dietro la quale mi muovo in scioltezza. Certo, a volte mi pento della scelta, ma alla fine della fiera, la verità non interessa a nessuno.
Da sempre ho scelto di darmi un tono, come certi arredi urbani, a metà strada tra l’egocentrismo di chi li ha progettati e le pretese funzionali delle esigenze. Spesso finisco per propendere per il primo dei due aspetti, ma piuttosto di recente, specialmente quando ho a che fare con delle donne, mi chiudo in me stesso e divento un tipo qualunque, convenzionale e perfino annedotico. Cosi sento il bisogno di ottenere e confermare, come un impiegato delle poste, e alla fine penso che sarebbe stato meglio rimanere a casa ad ascoltare Strauss.
Non so cosa potrei dirvi di me, che possa suscitare il vostro interesse. Non abito in montagna, ad esempio. Esagerando, potrei dirvi che abito in riva al mare, e i gabbiani mi svegliano ogni mattina prima dell’alba. Allora io scendo dal letto e mangio gelato al caffè, pensando al Cile e alla Bolivia.
La mia strada si chiama via Garibaldi, un nome sovrabbondante per una posto come questo. Scrissi al comune, persino, suggerendo Thomas De Quincey o almeno Edgar Lee Master; quello che ho ottenuto è stata una lettera in cui venivo accusato di esterofilia provinciale. Davvero strano: è un fatto che in questa strada non ci sia neanche un parcheggio adeguato per la mia bicicletta.
I miei vizi sono facilmente catalogabili: alcool, fumo e droga. Come tutti i JB del mondo, io mi reputo il miglior JB al mondo, quindi non ho intenzione di smettere.
Mi procuro da vivere inventando nuove parole, di cui scelgo anche il significato. La cosa divertente è che la semantica non dipende in alcun modo dal contenuto etimologico della parola inventata. Non mi faccio illusioni: non sono certo il primo a impegnarmi in attività del genere, e lascio volentieri il posto onorario a maestri assoluti che mi hanno preceduto, perseguendo la grandezza in altri campi che non sto qui certo ad elencare.
Mia madre è una bella donna, e io pagherei per arrivare così a 66 anni. Ha ancora le tette belle sode, e come fa il brodo di verdura lei, nessuno. Il suo trucco è il carciofo, ma non ho capito mai cosa intende, ed è tutta la vita che glielo chiedo.
JB è un bel nome perchè anche graficamente mi soddisfa. Mi fa quasi eiaculare. Certo, va detto che ho sempre sofferto di eiaculazione precoce (e molte di voi che leggono qui lo sanno bene), cosi come di intelligenza precoce. A sei anni volevo fare l’università e all’università volevo avere sei anni, ma solo perché mi mancava il mio peluche preferito, il Puffo Sapientone.
Trovo che J sia la lettera graficamente più bella – persino in Times New Roman - perché sembra una ragazza distesa sul letto con un libro sotto il mento, e le gambe alzate e la schiena nuda. Spesso ho pianto di gioia davanti a simili spettacoli naturali. La B è invece rassicurante e pregna, come una Giunone faconda e un poco obesa, come mia nonna ai tempi di Ceausescu. Quando c’era lui, tutti avevano il lavoro.
Mia sorella nella vita consulta il televideo e studia ginecologia. Non ho capito cosa c’è da sorridere, ma ormai vi lascio fare. Con lei ho un rapporto pesante e leggero allo stesso tempo, in cui l’orgoglio del non dire si mescola al non detto dell’amore. Spesso l’ho tenuta per mano, nei miei sogni.
JB non è il mio vero nome, ma a volte mi dimentico della bugia e sembro crederci veramente. Ho sviluppato molto bene nel tempo questa abilità, specialmente nei contatti rapidi e sensoriali.
Avendo studiato a lungo le faccende relazionali, devo dire che per quanto possa essere abilmente dominata, la tensione tra due sconosciuti al primo incontro è dolcemente malcelata. Se ci pensate bene, l’essere umano è tutto qui. Prendete un barista e i suoi clienti, ad esempio. Ho passato ore a guardarli e tutto quello che so è questo, che tutti, in quel frangente, hanno la guardia alta e i guantoni ben imbottiti. Non è tanto male, tutto questo. Penso infatti che l’ambiguità sia un tesoro inestimabile e non mi piacciono gli indumenti a tinta unica. Trovo la doppiezza e il dubbio molto consolanti, la certezza egoista.
Mi viene in mente una frase del grande Proudhon, teorico delle società umane e studioso delle rivoluzioni: “La proprietà è un furto”. Ogni volta che me ne ricordo sorrido interiormente e il mio cuore sfregola felice. Da quando l’ho letta, sono solito ripetere questa frase in giro, e qualche ragazza l’ha anche capita.
Sorridono appoggiate alla porta con le palpebre appesantite dal vino bianco, e la sigaretta nella mano, mi chiedono da dove sono uscito, pretenziosamente al di là.
Allora io, non aspettando altro, mi prendo una pausa, mi concentro un attimo per riempirmi di vuoto, e sorrido a mia volta, rubando la bugia a qualcuno che nell’universo si sta sentendo troppo in colpa. E’ semplice dirlo come fosse una verità, leggera ma stabile tra il chiacchericcio, la musica, il tintinnio di bicchieri e le risate fuori coro. Colgo qualche parola alle mie spalle e di lato, e sono nel bel mezzo della pausa. Questa pausa è tutto, estate autunno primavera e inverno, tutto, e ne approfitto per dire che le pause sono importanti, e non vorrei mai farle finire. Vivrei in pausa, a dirla tutta, e vivo per le pause, a esser schietto.
Poi lo dico.
Come una verità, leggera e stabile.
“Mi chiamo JB. Non è il mio vero nome.”
Total madness
I went from room to room
from city to city,
hiding, looking, waiting...
for what?
for nothing but the
irresponsible and negative
desire
to at least
not be like
them.
Charles Bukowski, 1977
Cara Kumiko,
mi dispiace.
Inanzitutto non ho sentito la sveglia e mi sono svegliata tardi. Sono andata a correre nel parco vicino casa, ma sono caduta su una roccia aguzza, e mi sono fatta male al ginocchio.
La rotula è scivolata via dalla camera articolare, trascinando con sè i legamenti. Mio marito mi ha portato all’ospedale che io gridavo ancora come un macaco.
Lì abbiamo dovuto aspettare a lungo. Mentre eravamo in coda, sono infatti arrivate tre persone coinvolte in un grave incidente stradale, che naturalmente avevano la precedenza su tutti. Due di loro avevano delle barre d’acciaio inox infilate nel basso addome (come le bandiere di un’ambasciata), l’altro aveva perso l’occhio sinistro e tutti i denti dell’arcata superiore. Era una vera e propria maschera di sangue e materia collagenosa gialla. Sembrava Apollo Creed dopo il match al Madison Square Garden contro il russo. L’est contro l’ovest. Che massacro.
Fatto sta che questo tipo vomitava un impasto rosastro, sembrava proprio risotto al salmone, a giudicare dagli effluvi che si sentivano. In una parola? Terribile.
Ad ogni modo queste tre persone erano accompagnate da parenti e conoscenti, tutti vestiti a festa (erano probabilmente di ritorno da un matrimonio), e piangevano, urlavano e si strappavano capelli e vestiti a vicenda. Uno di loro, piuttosto attempato e con i capelli ricci e disordinati, ha anche minacciato di uccidersi attaccandosi alla bombola di protossido d’azoto se qualcuno non faceva immediatamente qualcosa.
Così i dottori e gli infermieri lo hanno placato con un po’ di atropina in vena, e lui si è accasciato improvvisamente al suolo come un ippopotamo.
Il dolore mi faceva impazzire, e dopo un’eternità, finalmente il mio turno è arrivato. Quando il dottore mi ha visitato mi ha detto che la situazione non era per niente buona, e che non avrei camminato più normalmente. Io mica ci ho creduto. Anche a Rocky Balboa, lo stallone italiano, i medici avevano consigliato di ritirarsi già nel secondo episodio, ma poi lui ha mandato al tappeto Clubber Lang, Ivan Drago (vendicando Apollo), Tommy “Machine” Gun (nelle strade di Philadelphia!) e ha combattuto anche nell’ultimo epsiodio, anche se lo poteva risparmiare, visto che sembrava quasi arterosclerotico. Ah, e ho dimenticato Labbra Tonanti, il non-plus-ultra del maschio, sempre nell’episodio terzo, quello in cui ha i capelli alla Little Tony. Alla fine dell’incontro non ho mai capito perché fanno anche la foto insieme.
Il medico mentre mi visitava mi tastava anche le tette, sotto lo sguardo compiaciuto di mio marito. Devo dirtelo, mio marito è proprio un porco, ma ultimamente qualcosa sta cambiando. Si sta comportando davvero bene. Beh, non che mi dispiaccia quando fa il porco, anzi. Che sia questo episodio in apparenza così sgradevole a porre fine al brutto periodo del nostro matrimonio? Mi ha assicurato che non intende più vedere la quindicenne a cui dava ripetizioni di matematica, anche se continua a dire che lei gli ha fatto le migliori fellatio di tutta la sua vita. Tornava a casa con gli occhi ancora sognanti e diceva: “altro che cornetto Algida. Me lo fa diventare Magnum Double.”
Mi ha confidato di recente che vorrebbe dei rapporti sessuali più vivaci. Spesso mi dice che a lui piacerebbe sbattere la mia testa sul tavolo proprio mentre lo facciamo. Ripetutamente, intende.
Io non sono convinta, ma sai che mi sono detto? Che non lo ero neanche quando mi aveva consigliato di provare con le zucchine. Poi, invece, andò così bene.
Sarebbe bello ricominciare ad amarsi perché anche nostro figlio ne avrebbe bisogno; specialmente dopo il suo incidente, che non ti ho ancora raccontato.
In poche parole ti posso dire che gli è rimasta incastrata una mano nel tostapane acceso, per circa cinque minuti. Io non sentivo le urla perché ero in doccia con la radio accesa, ma quando sono uscita l’ho aiutato subito a liberarsi. Immediatamente. Ricordo ancora che c’era un puzzo insopportabile di panini tostati e burro e marmellata al lampone ed epidermide alla mugnaia. Tante urla. La sua mano era nera e rosso scuro, la manica della camicia tutta bruciata. Gli occhi erano fuori dalle orbite. E gridava come uno scimpanzé.
La cosa inquietante è che la radio stava passando “I saw her standing there” dei Beatles, la mia canzone preferita, e mio figlio gridava. La mano in quello stato grondava pus oltre che sangue e linfa. Non riuscivo neanche a guardarlo per la pena che mi faceva, e i Beatles cantavano la mia canzone preferita come se niente fosse. Capirai che non è una situazione in cui potessi sentirmi a mio agio.
Siamo usciti di casa che la radio ancora dava quella canzone e siamo andati in ospedale, urlando in sincrono.
In seguito all’amputazione delle tre dita centrali e all’elettrolucidatura del dorso della mano siamo tornati a casa mangiando cioccolato bianco con le mandorle, io, un kebab, lui. Sembrava triste, ma non tanto quanto un’analisi obiettiva delle sue prospettive di vita futura avrebbe meritato.
Ma basta parlare di me.
Spero che per te le cose vadano meglio rispetto all’ultima volta in cui ti ho sentita.
Mi avevi detto che il tuo capo ti sbatteva nella macina del mulino e che tuo marito ha tentato di suicidarsi bevendo una caraffa di olio bollente, nel Mc Donald in cui lavorava. So che lo hanno portato nel più vicino ospedale psichiatrico, dove ha anche molestato sessualmente un vecchietto sulla sedia a rotelle.
E’ evidente che soffre ancora per la morte dei vostri gemellini, soffocati da quella stronza della sua ex amante con i clementini in offerta al supermercato. E pensare che anche mia figlia da piccola ha cercato di ingoiarne uno! (A proposito di mia figlia: la disintossicazione funziona benissimo e non vuole più vivere nel bidet).
Beh, finisce sempre che parlo di me. Come se poi ti interessasse; lo so che sei una stronzetta. Ma aspetto tue notizie al più presto.
Ti saluto.
Un bacio affettuoso, li dove ti piace (hihihihi).
La tua leoncina Kikushi
# non conoscere a memoria le parole di sticky fingers. # lamentarti che la tua famiglia è appena sopra il limite di povertá. # dominare i barbecue. # mostrarmi il tuo quaderno di schizzi: non me ne frega un cazzo. # il termine barbeque. # definire te stesso come falso magro. finiscila. lo vediamo tutti che sei grasso. # suonare in una rock band se sei ricco. # essere “cuore e anima di qualcosa”. # essere troppo serio circa il dibattito: rivalitá cani-gatti. # avere un tatuaggio in una lingua che non conosci. # insegnarmi come davvero si fa ad aprire una bottiglia di vino. # sentirti afrocentrico perché possiedi un album di fela kuti. # dire che non sapresti che fare in caso di un’invasione di zombie: stai spaventando il resto di tutti noi. # essere un ipod-dj. # dire che sei sempre stanco. hai rotto, per dio. # comprare la carta igienica piú costosa: ti ci devi solo pulire il culo. # descrivere te stesso come un genuino eccentrico. # mangiare meno della tua ragazza a una cena di gala. # legare campane e catenine ai tuoi dreadlocks. # i dreadlocks. andiamo. siamo nel 2008. # pensare che il tuo ragazzo ti proteggerá ogni momento perché ha le spalle grosse. # andare a una festa pensando di trovare l’amore della tua vita. # suonare bicchieri e piatti di porcellana con coltello e forchetta, sentirti per questo un batterista mancato. # disegnare fisionomie da diavolo sulle foto dei giornali. # riferirsi a ogni rivista o libro come “la mia bibbia personale”. # pulire i tuoi pantaloni come una puttana. # l’espressione “d’altro canto”. # il fatto che ti aspetti da me che usi davvero il preservativo: ah ah ah. # essere mancino e sentirti speciale. cresci, ragazzo. cresci. # parlare alle piante. # stringere le mani con fare deciso: ti stai cagando sotto comunque. # rispondere “tutto” alla domanda: che musica ascolti? # sforzarsi di ricordare le sigle dei tuoi cartoni animati preferiti. # la battuta: “non sono geloso”. # dire che sei il primo ad aver letto “il codice da vinci”: quando nessuno ancora lo conosceva. # parlare ai ritardati come se fossero bambini. non sono bambini. # non vergognarti un poco se hai studiato marketing o design. non so se mi spiego: hai studiato marketing. o design. # indossare gli occhiali. non dovresti passare alle lenti a contatto. dovresti andare affanculo (for boys only). # dormire col tuo cane. # scattarti foto in bagno. # succhiarti i baffi. # giocare a “chi ride per primo” e pretendere rivincite finché non ridi per primo. # cagare a casa mia. # chiamare “second life” “third life” perché il tuo vero “second life” è “sims”. # dire che preferisci il libro al film. # sostenere che il wrestling è finto. # chiamarmi “bro” anche se siamo veramente fratelli. # piangere la sera perché stai avendo una crisi esistenziale. # credere che tuo figlio diventerà il più grande calciatore di tutti i tempi. # parlare di pregi e difetti di un pasto da mc donald mentre stai consumando un pasto da mc donald. # pulire la stanza ogni quarantotto ore e vantarti di essere caotico, ma metodico. # usare aspartame al posto dello zucchero perché tuo cugino ha il diabete. # sostenere che latino e greco “aprono la mente”. # pensare che venezia è la più bella città al mondo, ma per viverci? # raccontare barzellette. # sentirti speciale perché i tuoi hanno divorziato: insegnami a vivere, maestro. # fare a gara di emoticons con la tua migliore amica. # farsi la più facile della dancefloor: per ciò che mi riguarda preferisco la champions league alla coppa del nonno. # rubare asciugamani dalla camera di un albergo e considerarli i souvenir della tua vacanza. # ascoltare il jazz. a me lo puoi dire: non ti piace il jazz. # credere che tua madre sia la migliore cuoca del mondo. # scoparti il tuo professore di letteratura e non sentirti in colpa perché l’hanno fatto anche joey potter e carrie bredshaw. # regalare un libro che non hai letto. # non avere niente da fare e decidere di mettere in ordine la stanza. # sentirti ubriaco dopo una pinta: hai quasi trent’anni. # pensare il giorno prima a che vestiti indossare l’indomani. # mettere il sale solo dopo l’ebolizione dell’acqua e spiegarmi che fai cosi per sfruttare al meglio le implicazioni pratiche della legge di henry. # scrivere per il giornalino della scuola. # scegliere solo la tua squadra del cuore a pro evolution soccer. # pensare che matrix esista sul serio. # credere di saper ballare e avere il ritmo nel sangue perché sei senagalese e credi in cristo. # suonare in un gruppo che fa solo cover. # cominciare le frasi con l’avverbio: “fondamentalmente”. # boicottare i prodotti nestlé ed essere esperto di “consumo critico”. # compilare “where have you been” su facebook: mi fai pena, davvero. # andare a tagliarsi i capelli ogni tre settimane e avere la forfora. # collezionare francobolli (gesù cristo, ragazzi). # comprare la t-shirt di un gruppo dopo il concerto. # gli albini. # lamentarsi della propria comitiva e restare nella comitiva. # vestirsi a strati per fronteggiare al meglio l’escursione termica: mio nonno ha vissuto nel deserto con un solo paio di mutande per sei mesi. # l’espressione: “colazione al sacco”. # l’amore senza sesso. # il sesso senza amore (lo ammetto: questa è solo per rimorchiare).

esiste l’ozio di una plastica gialla,
che lontana e stanca,
trascina se stessa,
nuotando invisibile,
(ora vicina)
tra cartacce d’accidia.
è pigra nel vento.
sei interessante,
plastica gialla, lo sai,
e se fossi un animista,
chissà se non ti parlerei.
non è mica detto.
chi la osserva (con attenzione)
annega nel silenzio,
si distrae rapito,
immobile cerca spazio,
riparo,
dai doveri del nullafacente.
chi può togliere a te
- dubbioso privilegiato -
ciò che non possiedi?
l’invidia dei girasoli.
non hanno che da voltarsi
verso la luce.
Non è certo semplice spiegarlo, o capirlo. In effetti, non ne ho idea.
Una volta, ero proprio qui – forse ubriaco quella sera (e d’altronde non ci sarebbe da stupirsene) – e capii che essere uomo, e non una scarpa di pelle, un quaderno di carta riciclata, una bicicletta, o una stella nel cielo, doveva aver a che fare con qualcosa di più, come dire, colorito. Scelsi, semplicemente, di farmi consumare. Dalle stagioni, dalla volubilità. Qualcosa di universale. Un uomo in una società, in una stanza, in un momento, al lavoro, al cinema, sotto la doccia, sceglie. Soffre di nostalgia, ricorda.
E mente, inoltre, perché meglio scomode bugie, di scomode verità. L’uomo insegue, anche laddove davanti non ci sia nulla dietro cui valga la pena affannarsi. Cosa ne ho ottenuto, o imparato, o perso, non si saprà mai. Ma oltre quella incompletezza, e le abbondanti possibilità assaporate da un’unica prospettiva, e i divanetti di una casa abbandonata, l’odore di fritto sui vestiti, e la stanchezza del trascinarsi nelle faccende quotidiane, c’è quello che un uomo ha in più. Tante vite in una sola esistenza.
In definitiva, amore.
paul klee